Origini di Velletri

Gli studi moderni affermano che la fase urbana dell’antica Velitrae risale alla fine del VII secolo a.C., o all’inizio del successivo. I materiali ceramici che attestano questa datazione sono stati rinvenuti nell’area del cosiddetto tempio delle Stimmate (n. 14 in bacheca), all’estremità sud-occidentale del colle dove è situata l’arx della città antica. L’area era frequentata sin dalla II fase del ferro laziale (IX sec. a.C.), e forse su questo sperone del colle sorgevano delle abitazioni. Tuttavia, probabilmente nel VII sec. a.C., la zona fu destinata a luogo di culto, come sembra dimostrare il ritrovamento di materiali votivi. Il territorio di Velletri ha restituito numerose testimonianze archeologiche relative alla presenza umana fin da tempi molto antichi. Fu abitato durante il periodo preistorico dall’homo sapiens neandertalensis: le testimonianze della presenza umana risalgono al Paleolitico medio (60.000-50.000 anni fa) e sono costituite da manufatti litici su selce e ciottolo, rinvenuti sia sulla collina dove oggi sorge la città sia in siti dell’area meridionale del territorio recentemente individuati (contrada Castel Ginnetti e località Capanna Murata). Resti della presenza umana relativa alle ultime fasi della preistoria costituiscono, inoltre, un’importante testimonianza in alcuni siti del territorio veliterno (contrade La Parata, Le Corti e Lazzaria). Velletri, come tutte le località del Latium Vetus (zona tra il Tevere, i Colli Albani e il litorale fino al Circeo) fu abitata da popolazioni latine che, nel VII secolo a.C. (fine età del bronzo-inizio età del ferro) costruirono piccoli villaggi di capanne destinati a ingrandirsi con il tempo e a divenire città. Non si può perciò parlare di “fondazione”. I ritrovamenti archeologici di quel periodo sono pochi ma di grande importanza come la tomba a tholos di Vigna d’Andrea con la tipica urna a capanna e il corredo funebre miniaturizzato, scoperta nel 1891 nei pressi della Cantina Sperimentale e conservata nel museo Pigorini di Roma. L’urna, posta in un pozzetto di altezza e diametro 1 m composto da blocchetti di selce spessi circa 20 cm, rappresenta il limite meridionale delle tombe a capanna, quindi il limite raggiunto dai popoli crematori del XI e VIII secolo a.C. Tra la fine del VII e l’inizio del VI secolo a.C. il villaggio, da cui si controllava tutta la pianura pontina, diventò dominio (più commerciale che politico) degli Etruschi, quando essi, prima della crescita di Roma, estesero la loro influenza verso il sud fino a Cuma, in Campania. Gli Etruschi erano soprattutto commercianti e furono i primi ad avere contatti con i Greci (micenei) che scambiavano i loro prodotti lungo le coste italiane. A quel periodo risale la costruzione del tempio con le terracotte con scene di banchetti, processioni e corse di carri dipinte a rilievo. Quelle rinvenute nel 1784, durante i lavori per l’ampliamento della chiesa, sono conservate al museo nazionale di Napoli, quelle rinvenute nel 1910 durante gli scavi archeologici per la riscoperta del tempio sono esposte al museo civico di Velletri. Non è stato possibile scavare sotto il pavimento della chiesa per la presenza delle sepolture degli aderenti alla confraternita delle Stimmate e per non danneggiare la chiesa.

La chiesa delle Stimmate di san Francesco, in origine chiamata s. Maria della Neve o di Santa Valle, nel 1602 fu concessa alla confraternita delle SS. Stimmate di S. Francesco che le cambiò nome. Ora è visitabile il Tempio Volsco

Il Tempio delle Stimmate oggi

Numerose le testimonianze di età romana presenti nel territorio veliterno. Tra questi, i resti delle ville dove i patrizi romani, proprietari di terreni, trascorrevano le loro giornate estive lontano dalla capitale dell’Impero. Dalla topografia dei luoghi e dalle testimonianze di antichi storici si presume la presenza di oltre trenta ville rustiche, di ville di imperatori e di personaggi rilevanti, protagonisti della storia di Roma.

Queste vaste e fastose ville, di cui oggi sono rimasti pochi resti, erano costituite da una pars urbana (cioè la parte residenziale), una pars rustica (la parte produttiva con gli alloggi degli schiavi, la residenza del fattore, gli impianti per la produzione dell’olio e del vino, le scuderie e i magazzini), una pars fructuaria (luogo dove si trovavano i dolia interrati, grandi orci di terracotta, che contenevano e conservavano i prodotti del raccolto).

Lamina di bronzo traduzione:

(Questo è) STABILITO PER LA DEA DECLONA:
SE QUALCUNO FARÀ UNO STRAPPAMENTO (di fogliame e legno)
AVRÀ PRESO A SÉ (lo strappato), (che) SIA UN SACRIFICIO O
(che) SARÀ UNA VIOLAZIONE (o contaminazione).
(Il colpevole) METTA A DISPOSIZIONE UN BUE E UN ASSE PER I VASI
E (un altro) PER IL VINO.
SE (lo prenderà) CON APPROVAZIONE DELL’ASSEMBLEA COMUNALE,
L’ASPORTARE SIA SENZA CONTAMINAZIONE.
EGNATIUS COSSUTIUS, FIGLIO DI SEPIS,
E MARCUS TAFANIU S, FIGLIO DI GAIUS MEDDICES (l’)HANNO APPROVATO

La Presenza romana a Velletri: Le Cisterne

In località Capanna Murata (CENTOCOLONNE), lungo il tracciato dell’Appia antica, è sepolta una grandiosa CISTERNA a pianta rettangolare di m 41 x 23,60, alta m 4,92 sorretta da 32 pilastri disposti su quattro file

Fino al 1982 sembrava isolata nella campagna e non se ne capiva la funzione. Quell’anno (nonostante il vincolo archeologico sull’area) è stata oggetto di uno sbanco edilizio che, oltre a sfondare la volta della monumentale costruzione, ha messo in luce resti di una villa.

Nelle vicinanze, in località CIVITANA, c’è un’altra cisterna, anch’essa vicino l’Appia antica. È realizzata in opus reticulatum e ricorsi di mattoni su una terrazza artificiale di m 120 x 120. A pianta rettangolare di m 25,80 x 11,60, è databile al periodo adrianeo. In questa zona è stato ritrovato nel 1979 il sarcofago strigilato attualmente al Museo Civico.

PERCORSO CITTADINO

Pianta della città

Le Decarcie

Nel 1200 il centro storico era diviso in decarcie. La loro esistenza, attestata dagli statuti comunali del 1544, scompare alla fine del secolo XVI; nei primi decenni del ’600 nelle fonti si inizia a parlare di ‘Rione di sotto’ e ‘Rione di sopra’ (dabbàlle e dammònte).

La delimitazione delle decarcie è basata su fonti archivistiche, quali protocolli notarili e stati delle anime della parrocchia di S. Clemente della prima metà del ‘600. Gli stemmi e i colori, proposti dall’associazione Palio delle Decarcie sono quelli di una delle famiglie nobili più rappresentative della decarcìa e precisamente: Collicello (colori: rosso e giallo, famiglia Foschi); Portella (azzurro, Toruzzi); Castello (azzurro e celeste, Palombi-Mancinelli); San Salvatore (azzurro e giallo, Filippi); Santa Maria in Trivio (rosso e bianco, Ginnetti); Santa Lucia (bianco e blu, Antonelli). Sul loro numero e denominazione, questa la realtà dei secc. XV-XVI, •Santa Maria del Trivio, da piazza Garibaldi a piazza Cairoli e dintorni. Comprende le chiese di s. Maria Assunta in Cielo e di s. Apollonia; •Santa Lucia, nella zona nord-orientale. Comprende la chiesa di santa Lucia e l’ex convento del Carmine; •San Salvatorenella zona orientale. Comprende la chiesa di S. Salvatore e le case medioevali del centro storico; •Castello, la parte alta della città. Comprende piazza Cesare Ottaviano Augusto, il Palazzo Comunale, il Palazzo che ospitava il Delegato Apostolico, le chiese di santa Maria del Sangue, san Michele Arcangelo e San Lorenzo, le aree con i ruderi dell’Oratorio della Santissima Concezione (“la Coroncina”) e della chiesa delle Stimmate di s. Francesco, la Chiesa dei santi Pietro e Bartolomeo; •Collicello, che comprende la chiesa di san Martino e Palazzo Romani; •Portella, il quartiere intorno alla cattedrale. Comprende piazza Mazzini, la chiesa di Sant’Antonio Abate, l’ex Convento di san Francesco, piazza Caduti sul Lavoro, il Palazzo Vescovile, via san Crispino, Porta Napoletana.

Piazza Garibaldi

All’ingresso della città, è la prima piazza raggiunta da chi proviene da Roma.La strada proseguiva verso l’attuale Corso della Repubblica ed era tagliata trasversalmente dalla Porta Romana, forse disegnata da Giacomo Barozzi da Vignola detto “il Vignola” nel 1572 e costruita con grandi blocchi di travertino tra il 1576 e il 1577. Nel 1776 il Consiglio Comunale decise di demolirla poiché non era in linea retta e rendeva la strada ormai troppo stretta per il passaggio delle carrozze postali. Il 21 ottobre 1838, venne prevista la ricostruzione che però non ebbe successo. Parte dei blocchi sono ancora oggi visibili nel giardinetto dietro la fermata dei taxi. Nella foto si vede “la Barriera”, un porticato realizzato dall’ing. Giuseppe Andreoli, dopo la rimozione di Porta Romana ed il capolinea dei tram.

Porta Romana
Piazza Garibaldi oggi

I 4 platani, oggi monumentali, furono piantati, a semicerchio, intorno al 1830. La fontana fu costruita quando a Velletri arrivò l’acqua potabile dell’acquedotto Simbrivio. Sullo sfondo il Monumento ai Caduti, realizzato dall’architetto Emanuele Caniggia, inaugurato il 2 giugno 1927 alla presenza del re Vittorio Emanuele III accompagnato dal ministro della Pubblica Istruzione onorevole Pietro Fedele.

Piazza Cairoli

Proseguendo per il Corso della Repubblica, si giunge a Piazza Cairoli dove c’è la chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo, detta Santa Maria del Trivio, perché vi confluivano tre strade. La chiesa, iniziata nel 1622 dall’architetto Carlo Maderno, è stata completata solo nel 1759 dall’architetto Carlo Murena, allievo del Vanvitelli. La piazza popolarmente è detta “piazza d’ ammonte”. La fontana fu realizzata nel 1622 dallo scalpellino Pasquale Desideri su disegno dell’architetto Giovanni Battista Rainaldi in sostituzione di una fontana centrale iniziata nel 1618 e mai terminata.

Questa fontana è erroneamente attribuita a Gianlorenzo Bernini. Queste le informazioni: nel 1618 si cominciò a costruire una fontana al centro della piazza. A causa di difficoltà relative a pagamenti e durata dei lavori, il cardinale Scipione Borghese inviò l’architetto Giovan Battista Rainaldi a affrontare le questioni. Fu quindi abbandonato il progetto iniziale e furono realizzate due fontane perpendicolari la facciata del palazzo Ginnetti, prima della via Corriera (attuale Corso della Repubblica). Al posto della fontana demolita fu realizzata dal Bernini nel 1632 la statua bronzea di papa Urbano VIII, successivamente distrutta quando giunsero a Velletri le idee liberali della rivoluzione francese. Nel 1889 divenne piazza Cairoli in onore alla famiglia del patriota che partecipò attivamente al nostro Risorgimento. Distrutta per la quasi totalità dai bombardamenti del 1943/44, ha subito una ricostruzione che poco ha conservato della struttura iniziale. Attualmente non c’è più palazzo Ginnetti ma al suo posto c’è l’ufficio postale e la galleria Ginnetti.

La Torre del Trivio

La torre del Trivio è il campanile della chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo. Costruito nel 1353 in stile gotico-lombardo con piccoli rettangoli di silice, è alto 50 m, ha pianta quadrata e 4 piani segnati da dentelli di marmo. Ogni facciata ha otto finestre per un totale di 32 finestre di cui 24 bifore. Nel XVI secolo furono chiuse le bifore del primo piano con un orologio eliminato nel 1930.

Fu ricostruita nel 1731, dopo che un fulmine la lesionò, ma un altro fulmine la danneggiò di nuovo nel 1874. Nel 1872 fu aggiunta una meridiana distrutta nel 1944.

Oggi la torre del trivio non ha più la cuspide, eliminata nel corso dei restauri eseguiti dopo l’ultima guerra, ma un tetto più basso, però non è cambiata molto dagli altri anni.

Particolari ornamenti sono scodellini di maiolica verde incastonati presso le finestre dei piani superiori a simboleggiare la luce che emana dalla fede e dal vangelo, luce con la quale la Chiesa rischiara il mondo.

Alla base della torre c’è la lapide che ricorda l’erezione della provincia di Marittima con capoluogo Velletri, decisa da papa Gregorio XVI.

Torre del Trivio

Palazzo Ginnetti

Di fronte alla fontana c’era il palazzo Ginnetti, completamente demolito dopo l’ultima guerra, che costituiva lo sfondo di Piazza Cairoli. Era un edificio enorme, a più piani con tantissime stanze.La costruzione, che iniziò nel XVI secolo, comprendeva una galleria ricca di statue e antichi oggetti che il cardinale Marzio Ginnetti acquistava per la propria collezione, ora dispersi, e una magnifica scala di marmo, dichiarata monumento nazionale, con 5 piani e 9 rampe parallele, grandi portici aperti sovrapposti e decorata di stucchi, statue colossali e colonne di granito.Con l’estinzione della casata la proprietà fu venduta ad una società che costruì l’attuale palazzo mentre il parco, acquistato dal Comune, diventò giardino comunale. Unica testimonianza rimasta dell’imponente palazzo è il portale d’ingresso di travertino con le colonne di granito. Costruito nel 1666, dopo la demolizione del palazzo è stato smontato e rimontato all’ingresso della villa comunale lungo via Bruno Buozzi .

Palazzo Ginnetti nel 1915

Ex Convento del Carmine

Casa delle Culture e della Musica

Costruito nel Cinquecento dai Padri Carmelitani a fianco della chiesa dedicata a Sant’Antonino, oggi non più visibile, risalente al 1065. Particolare della chiesa era la cappella di San Giovanni Decollato dove erano sepolti i condannati a morte.Dopo il 1870 l’edificio ospitò prima una caserma militare e poi l’ufficio di Registro e l’Archivio Notarile. In piazza Trento e Trieste. Oggi ristrutturato, ospita L’Accademia di Belle Arti, dirette dal prof. Marco Nocca, la Biblioteca Comunale. Luogo in cui si svolgono eventi culturali e musicali.

Piazza Cesare Ottaviano Augusto

n questa piazza si trovano il palazzo comunale (sul lato sinistro), il palazzo dei Conservatori (più conosciuto come ex tribunale, sul lato destro), e due chiese: santa Maria del Sangue (in fondo a sinistra), e San Michele Arcangelo (in fondo a destra).

veduta del Palazzo comunale da piazza Mazzini
Piazza Cesare Ottaviano Augusto – Palazzo Comunale di Velletri



Il 12 ottobre 1572 il Consiglio Maggiore decise “di fabbricare per decoro della città un nuovo palazzo di residenza per i Signori Priori, congiunto a quello del Sig. Luogotenente”. Nel mese successivo giunse a Velletri il Vignola per scegliere il luogo delle fondazioni e iniziare la costruzione del nuovo palazzo. La prima pietra fu gettata il 26 gennaio 1575 e i lavori proseguirono sotto la direzione dell’allievo Giacomo Della Porta quindi si succedettero gli architetti Paolo Magi, Giovanni Fontana, Francesco Paparelli e solo nel 1720, il palazzo fu completato sotto la direzione dell’architetto Filippo Barigioni che rispettò il progetto originario ad esclusione della chiusura delle arcate del portico del piano terreno.
Nei lavori di risistemazione, terminati nel 1800, fu aggiunto l’osservatorio meteorologico comunale, l’orologio e i parafulmini ai lati del palazzo.
L’ingresso principale doveva essere dal lato sud (attuale via Borgia) attraverso due rampe di scale laterali mai costruite per difficoltà economiche e la necessità di demolire molte case.

Agli inizi del Novecento furono restaurate e consolidate le parti più rovinate e i sette grandissimi affreschi nelle pareti della sala del Consiglio (rappresentanti la vita dell’imperatore Augusto) ad opera del pittore Aurelio Mariani e del decoratore veliterno Getulio D’Achille.
Completamente distrutto nell’ultima guerra, fu ricostruito con gli stessi materiali e lo stesso progetto tranne la modifica delle arcate del piano terreno che furono lasciate aperte e l’eliminazione dell’osservatorio meteorologico.
Ai due lati dei portici del palazzo sono state posizionate due statue: a sinistra l’imperatore Cesare Ottaviano Augusto, che visse nel territorio veliterno, raffigurato seduto e pensieroso, e a destra il cardinale Stefano Borgia che nel museo di famiglia molte testimonianze archeologiche famose in tutto il mondo.
All’interno del palazzo si trova il Museo Civico che è molto visitato dai turisti.
La raccolta, esposta solo in parte, comprende materiali del periodo arcaico (da necropoli e templi), romano (fregi, lucerne, ex voto in terracotta; statue e frammenti marmoree; epigrafi) e altomedioevale.

Santa Maria (o Tempietto) del Sangue

Di forma ottagonale, fu costruita in stile bramantesco, nel 1524 per volontà popolare dopo che il 6 giugno 1516 un’immagine della Madonna di un’edicola delle vicinanze lacrimò sangue.

Nel restauro del 1954 il tempietto è stato riportato all’aspetto originario con l’eliminazione delle finestre rettangolari, la riapertura di quelle tonde sopra la pensilina e l’abbassamento del tetto.

Tempietto del sangue

Il Museo Civico

Entrata Museo Oreste Nardini

Il 3 luglio 1877 il Sindaco di Velletri comunicò alla Sottoprefettura l’intenzione di inventariare gli oggetti d’arte delle chiese dei conventi sconsacrati nel territorio in seguito alla legge di soppressione degli ordini religiosi del 1873. Non ci sono altri documenti fino al 4 settembre 1882 quando l’ispettore ai monumenti Oreste Nardini sollecitò il sindaco per far radunare le antiche iscrizioni veliterne e stanziare fondi per l’acquisto di materiali archeologici di proprietà di privati. Nel 1884 esistevano materiali archeologici ammassati in alcune stanze dell’archivio comunale, l’anno successivo si allestì una “sala delle lapidi” e nel 1910 il museo occupava due sale al piano terra del palazzo comunale, una delle quali conteneva le epigrafi paleocristiane e altomedioevali. La guerra distrusse l’edificio e provocò la dispersione della collezione (2.650 i pezzi inventariati nel 1937 contro i 513 del 1986)

La Pallade Veliterna

Il Sarcofago delle fatiche di Ercole

Il sarcofago, prodotto nel II secolo d. C. in un’officina asiatica con marmi pario e pentelico, è scolpito su tutti i lati e raffigura le 12 fatiche di Ercole. Riutilizzato in epoca medioevale, è stato rinvenuto nel 1955 in loc. Colonnella, è formato da tre pezzi (la base, la cassa e il coperchio) e misura 2,54 m di lunghezza, 1,25 di larghezza, 1,62 di altezza.

Fronte principale

nella lunetta: forse Tifone, dio della folgore notturna;

fascia superiore le fatiche di Ercole:

a destra Ercole giovane (imberbe) che uccide il leone Nemeo, a sinistra l’Idra di Lerna;

al centro un’edicola in cui davanti alla porta semichiusa, simbolo del passaggio tra la vita e la morte è raffigurato un giovane defunto riconoscibile dalla patera che ha in mano mentre un suo antenato (o forse Plutone) lo riceve nel mondo dei morti;

fascia inferiore: scena di pietas raffigurante tori da sacrificare e victimarius tra telamoni, personaggi decorativi che ricorrono insieme alle cariatidi;

Lato sinistro

fascia superiore: principali divinità dell’Olimpo: Giove con scettro e aquila; Plutone (che accarezza Cerbero) e Proserpina, sovrani degli inferi; Nettuno, dio del mare, con il delfino;

fascia inferiore: tre scene del ratto di Proserpina: Proserpina coglie fiori -alle spalle Minerva e Diana-, Plutone la rapisce, la Terra reagisce non dando frutti.

Lato lungo destro (7 scene) – fascia superiore: 1) cattura del cinghiale di Erimanto da consegnare ad Euristeo del quale si vede solo il busto con le braccia alzate; 2) cattura della cerva di Cerinea dalle corna dorate; 3) uccisione degli uccelli della palude stinfalica; 4) uccisione di Ippolita, regina delle Amazzoni; 5) pulizia delle stalle del re Augìa (identificata dal secchio) -nelle mani di Ercole doveva esserci un tridente- 6) cattura del toro di Creta che gettava fuoco dalle narici; 7) uccisione di Diomede, re dei Bistonti, che sta per essere divorato dalle sue stesse cavalle.

fascia inferiore:

barca di Caronte e mito di Tantalo, destinato alla sete eterna per aver rubato l’ambrosia dalla tavola degli dei per donarla agli uomini.

Retro (ultime 3 fatiche)

fascia superiore: 1) lotta con Gerione, mostro tricorpore custode dei buoi rossi; 2) cattura di Cerbero, custode dell’Ade; 3) la conquista dei pomi d’oro del giardino delle Esperidi custoditi dal drago Ladone.

fascia inferiore:

Scena di vita pastorale

Sarcofago

Palazzo dei Conservatori

Imponente edificio iniziato nel 1822, sede del Delegato Pontificio quando Velletri era Capoluogo della Provincia di Marittima (1832). Danneggiato  nell’ultima guerra, fu ricostruito rispettando il progetto originario sulla stessa area che dal XIII al XVII secolo era occupata dal vecchio palazzo comunale in cui fino al 1400 abitò il Podestà.

 Con il trasferimento del magistrato nel nuovo palazzo comunale, il “palazzo vecchio”, diventò residenza del Comando e della Compagnia dei Còrsi, i soldati pagati dalla città per tener sicura la strada consolare romana nel passo della Faiola.

Abolita questa milizia, il palazzo fu demolito e, nel 1835 sostituito dall’attuale edificio, disegnato dall’arch. Gaspare Salvi, sede della Legazione provinciale e della Sottoprefettura, quindi, fino al 1870 residenza del Governo Pontificio e della Giudicatura civile e criminale poi del Tribunale e della Pretura da cui il nome “palazzo di Giustizia”. Attualmente ospita alcuni uffici comunali.

Palazzo Conservatori


Sulla facciata principale nel 1850 fu murato un bassorilievo, scolpito dal prof. Filippo Gnaccarini che rappresenta il ritorno al trono di Papa Pio IX, dopo 15 mesi di esilio a Gaeta, nel regno di Napoli, sotto l’egida di 4 potenze, Francia e Austria raffigurate a destra, Spagna e Regno di Napoli a sinistra.
Al centro è raffigurata la provincia di Velletri, genuflessa, che riceve il papa

Piazza Mazzini

Nel Cinquecento era chiamata Piazza del Piano e dove oggi c’è la ferramenta c’erano, come in tutte le principali piazze medioevali, le logge dei mercanti con un porticato e tavoli di marmo per vendere le merci.

La fontana fu costruita nel 1612 quando, con la perforazione dell’acquedotto Fontana, opera del celebre idraulico Giovanni Fontana, fu condotta l’acqua a Velletri. In stile barocco, fu probabilmente opera dello scultore Angelo Pellegrini che vi rappresentò divinità mitologiche, cavalli marini e leoni su disegno dell’architetto Massimiliano Bruni che eseguì anche quella situata nella piazza del Trivio poi demolita e sostituita da Rainaldi.

Nel 1623 fu restaurata dall’architetto Giovanni Battista Rainaldi che vi apportò modifiche in più parti. In successivi interventi del XVII e XVIII secolo furono sostituiti i quattro conconi che distribuivano l’acqua con gli otto mascheroni.

Nel 1684 vennero aggiunte le colonnine per non far abbeverare gli animali nella vasca. Nel 1755, sotto la direzione dell’architetto Nicola Giansimoni fu portata allo stato attuale.

La curva descritta dagli edifici fa presupporre l’esistenza di un anfiteatro, dimostrata dalla lapide, rinvenuta nel 1564 forse (secondo il manoscritto cinquecentesco del Landi) sotto la torre dei Foschi, in via Furio che ne commemora il restauro avvenuto tra il 364 e il 367 a spese del principalis curiae (=capo e rettore del Senato) Lollius Cyrius:

Essendo nostri signori Valentiniano e Valente [364-375 d. C.] sempre augusti/ Lollius Cirio principe della curia fece fare 12 piloni a proprie spese/ per ripristinare nel primitivo aspetto l’anfiteatro cadente in rovina/ con le porte posteriori e l’intera arena/ Nipote di Lollio Cirio, principe della Curia e già pretore, figlio di Claudio principe e patrono della curia, pronipote ……./ ai principi felicemente”.

Piazza Mazzini e la sua Fontana

Piazza Caduti sul Lavoro

Vicino alla Cattedrale di San Clemente, nell’attuale piazza Caduti sul lavoro tra il 1499 e il 1530 fu edificato “una specie di palcoscenico molto vasto, con annessi locali” di “ordine corinzio e adorno di marmi” con il fronte rivolto a est forse unico nella storia dell’arte, dove nel Medioevo venivano rappresentati i Misteri della vita di Cristo. Nel 1563 in occasione delle rappresentazioni, il Comune faceva costruire dei palchi, sui quali il Magistrato e le autorità potevano assistervi. Nel 1765 la Confraternita del Gonfalone che ne era proprietaria, chiese al Comune di costruire un granaio al posto del teatro che avrebbe demolito e di appoggiarlo al muro castellano retrostante. Stefano Borgia, non ancora cardinale, cercò inutilmente di difendere “dal vandalico piccone le venerande reliquie”. (da Augusto Tersenghi, 1910) Non potendo impedirne la distruzione, egli fece a realizzare il disegno degli avanzi dell’edificio e quindi inciderlo in rame. Il Comune, accettò la proposta della Confraternita, con la condizione che prima della demolizione se ne curasse un disegno da conservarsi in Comune. Il disegno fu ritrovato dal Tersenghi per caso, fra vecchie carte che stavano per essere inviate in cartiera perché ritenute inutili”.

Successivamente il granaio fu trasformato in abitazione e del monumento resta soltanto il portone di destra, contrassegnato dal numero civico 21. All’interno, oggi ridotto a forno, ancora si vede qualche avanzo di archi.

All’XI secolo risalgono le canoniche sulla piazzetta laterale costruite ad un piano, sopra il porticato con i pilastri di tufo e di peperino. Vicino alla cattedrale sono ubicate due cisterne: una sotto la pavimentazione stradale davanti all’ingresso laterale e un’altra in un giardino privato nei pressi dell’abside. La notevole quantità di acqua ha fatto ipotizzare la presenza nel foro delle terme. L’aspetto attuale è quello della ricostruzione del 1664, dopo i lavori seguiti al crollo del campanile, provocato dalla caduta di un fulmine, che semidistrusse la chiesa nel maggio 1656. Sul lato opposto della piazza c’è il monumento ai Caduti sul lavoro.

La Cattedrale di San Clemente

La prima testimonianza della cattedrale risale alla fine del V secolo. Si tratta di una lettera, datata all’anno 496, di papa Gelasio al vescovo Bonifacio in cui ordina la riconsegna di un servo che si era rifugiato nella cattedrale al padrone, il nobile Pietro, dopo che egli avesse giurato che non lo avrebbe punito.La basilica fu trasformata in età cristiana e intitolata a Clemente I, pontefice dall’anno 91 al 101. Dichiarata basilica il 2 marzo 1804 da Pio VII, si presume innalzata in età paleocristiana, verso il 327, ai tempi di papa Silvestro, sulle rovine di una basilica romana o del tempio di Marte citato da Svetonio (presenza avvalorata da una favissa, rinvenuta nel 1925 durante i lavori per la costruzione del portico) contenente ex voto fittili. Alcune basi di colonne sono visibili sotto il pavimento della chiesa. La prima testimonianza della cattedrale risale alla fine del V secolo. Si tratta di una lettera, datata all’anno 496, di papa Gelasio al vescovo Bonifacio in cui ordina la riconsegna di un servo che si era rifugiato nella cattedrale al padrone, il nobile Pietro, dopo che egli avesse giurato che non lo avrebbe punito.La basilica fu trasformata in età cristiana e intitolata a Clemente I, pontefice dall’anno 91 al 101. Dichiarata basilica il 2 marzo 1804 da Pio VII, si presume innalzata in età paleocristiana, verso il 327, ai tempi di papa Silvestro, sulle rovine di una basilica romana o del tempio di Marte citato da Svetonio (presenza avvalorata da una favissa, rinvenuta nel 1925 durante i lavori per la costruzione del portico) contenente ex voto fittili. Alcune basi di colonne sono visibili sotto il pavimento della chiesa. Sotto l’abside è la cripta, che nonostante numerosi restauri conserva colonne con basi, fusti e capitelli di varie epoche e stili raccolti nel territorio, la mensa dell’altare con piastrini del quinto secolo. I grandi pilastri furono innalzati nel 1595 per rinforzare le volte con la costruzione dei due altari maggiori [nella chiesa vi erano 20 altari!] e nel 1679 della grandiosa tribuna marmorea con il tempietto superiore.L’altare comprende una lastra di porfido ornata agli spigoli da pilastrini frammentari con motivi a treccia viminea e a maglie circolari annodate, tipici dell’VIII e IX secolo provenienti da un altro manufatto del secolo XIII. Il pavimento è formato da frammenti marmorei e resti dell’antico pavimento della chiesa, quadri di laterizio e cocciopisto.

Cripta di San Clemente

Nella cripta nel 1250 (durante il pontificato di Alessandro IV), furono traslate le reliquie dei santi Eleuterio vescovo e Ponziano papa dal monastero di Tivera, distrutto un secolo prima dai Normanni. Poche le tracce di raffigurazioni tra cui, nella parete a destra dell’ingresso, il trasporto dei corpi dei santi Eleuterio e Ponziano del 21 maggio 1254.
Nell’affresco si riconoscono i consoli, il vescovo, il capitolo della cattedrale e il podestà (raffigurato con la verga in mano).
Affresco

Il Museo Diocesano

Il museo diocesano è allestito in alcuni dei locali che dal 1570 al 1967, ospitarono il Seminario Minore della diocesi di Velletri. Conserva opere d’arte importanti soprattutto per la loro unicità come la “Croce Veliterna”, prezioso reliquiario dell’XI-XII secolo in oro filigranato, perle e smalti .Nel 1927 il vescovo, cardinale Basilio Pompili, trasferì la raccolta che comprendeva anche altri dipinti: il trasporto della santa casa di Loreto di Giovan Battisti Rositi, proveniente dal convento di santa Maria dell’Orto; la Visitazione di Bicci di Lorenzo dalla cappella Borgia della Cattedrale; la Madonna con Bambino di Antoniazzo Romano conservata nella cripta, ai quali si aggiunsero cessioni temporanee dalle gallerie statali romane come la Sacra Famiglia. I danni bellici al patrimonio artistico cittadino provocarono l’aumento della collezione.Dopo il furto di gran parte delle oreficerie medioevali, settecentesche e ottocentesche nel 1983, la chiusura per motivi di sicurezza, il restauro di gran parte dei dipinti, il trasferimento nei nuovi locali dal 2000, oggi la raccolta è nuovamente fruibile. Sono state acquisite nuove opere quali l’affresco della Crocifissione, staccato nel 1976 dalla chiesetta del Crocifisso, pertinente il Convento di S. Maria dell’Orto, e attribuito alla bottega di Antoniazzo Romano; il quattrocentesco monumento funebre di Pellegrino Orsini dalla controfacciata della Cattedrale, lo stendardo della confraternita delle Stimmate di san Francesco del 1826 proveniente dalla chiesa omonima.

Le Porte difensive di Velletri

Fin dall’età volsca, Velletri fu racchiusa da grandi mura, rase al suolo nel 338 a.C. dai Romani.Nel Medioevo rivennero costruite le mura castellane, nelle quali si aprivano sei porte.Nel XVI secolo la cerchia muraria fu rafforzata con la chiusura di alcune porte. Ne rimasero solo tre porte: porta Romana a nord, porta Santa Lucia e porta Napoletana a sud della città.

Porta Napoletana

Costituita da un corpo centrale e due torrioni laterali, è l’unica rimasta delle porte della cinta muraria rinascimentale che permettevano l’accesso alla città.Fu costruita tra il 1511 e il 1519 da muratori lombardi a completamento del sistema difensivo della città. Nel 1596 la Congregazione del Buon Governo fece incidere su uno degli stipiti la frase «si paga gabella» a dimostrazione che l’edificio, oltre ad assolvere scopi di polizia criminale e controllo sanitario, rappresentava una barriera doganale e si doveva pagare una tassa per introdurre generi in città. Ristrutturata nel 1700, ha ancora la stessa forma: i due torrioni semicircolari furono rinforzati con l’aggiunta di muratura nella parte più bassa per dargli la forma conica che ne aumentava la robustezza,l’intera ostruzione fu ricoperta da un finto bugnato, e vennero chiuse la finestra centrale e i due orifizi posti sopra la porta vera e propria. Restaurata nel 1991, ha sei aperture e una finestra quadrata centrale. Periodicamente vi vengono allestite mostre temporanee.

dettaglio “Si Paga Gabella”
Porta Napoletana

Santa Maria dell’Orto

L’area prende il nome dall’importante e vasto convento di santa Maria dell’Orto del quale rimane soltanto la chiesetta del Crocifisso. Il primo documento relativo alla fonte risale al 1346 e riguarda il restauro della fontana. Nel ’500 c’era un fontanile composto da due vasche, una per lavare i panni e l’altra abbeverare gli animali. La fonte fu inaugurata il 10 agosto 1902 e nel 1920 divenne una stazione termale con l’albergo. Sia il parco sia la fonte sono stati chiusi per molti anni.Adesso la fonte è stata ristrutturata ma non è possibile berne l’acqua  (prima veniva anche imbottigliata e venduta in Italia e all’estero). Il parco è stato riaperto al pubblico. Accanto alla fonte c’è un bar, il “Bar della Fonte”, una pista di pattinaggio, una piccola cappella, un parcheggio.

foto del 1913 – Fonte Santa Maria dell’Orto

Le Chiese di Velletri

La chiesa di San Michele Arcangelo fu costruita sulle fondamenta di una chiesa del XI secolo (la prima notizia risale al 1065) e sulle rovine di un tempio romano, fu più volte ricostruita. Davanti all’ingresso c’era un’inferriata che venne donata alla Patria nel 1941 ed utilizzata per gli armamenti necessari alla guerra appena iniziata.